La Freisa d'Asti era il vino preferito di Vittorio Emanuele II, primo re d'Italia. L'analisi del DNA dell'uva ha dimostrato qualcosa di tecnico e rilevante per capire il vino: il Nebbiolo è uno dei genitori della Freisa. Questa parentela si sente: alta acidità, tannino fine ma presente, propensione all'evoluzione in bottiglia, profumi che partono da lampone e rosa per spostarsi verso muschio, tabacco e spezia con gli anni. La differenza sta nel prezzo e nella notorietà: la Freisa d'Asti vale molto meno del Nebbiolo, ma nel bicchiere il dialogo tra i due è evidente.
Secco o frizzante: le due anime della Freisa e perché scegliere la secca
La versione frizzante, amabile o secca, è quella tradizionale e più venduta: fragrante, di facile beva, da abbinare ai salumi piemontesi e ai dolci a base di nocciole. La versione secca ferma, che viene prodotta da un numero ristretto di produttori consapevoli, è invece il vino da riscoprire. Con 5-6 anni di bottiglia sviluppa una complessità inaspettata: il tannino si leviga, l'acidità diventa il filo conduttore invece del limite, emergono note terziarie di cuoio e tabacco. Giacomo Conterno, storica cantina di Serralunga d'Alba, produceva una Freisa secca da invecchiamento che era tra le più apprezzate del Piemonte: un indizio su cosa questo vitigno possa fare se trattato con serietà.
Abbinamenti per la Freisa secca: i piatti piemontesi che ne esaltano il carattere
La Freisa d'Asti secca giovane, con la sua acidità marcata, funziona perfettamente con i piatti grassi e ricchi della cucina piemontese: tajarin al ragù d'anatra, bagna cauda, trippa alla piemontese, carni bollite con salsa verde e cren. L'acidità taglia il grasso senza coprire i sapori. Servire a 15-16°C, non oltre: il caldo esalta l'alcolicità a discapito della freschezza che è il punto di forza del vitigno. Le versioni Superiore, con almeno un anno di affinamento, reggono il cinghiale brasato e i formaggi piemontesi stagionati, Castelmagno in primis.