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GRECO DI TUFO

Il Greco di Tufo DOCG è uno dei bianchi campani più fraintesi. Circola ancora l'idea che cresca su suoli vulcanici — il nome "tufo" rimanda all'immaginario del Vesuvio — ma il calcare poroso dell'Irpinia interna non è di origine vulcanica: i Romani lo chiamarono così per errore, e il nome è rimasto (si trova scritto anche "greco del tufo", ma la denominazione ufficiale è una sola). Siamo nell'Appennino irpino, a quote tra i 400 e i 700 metri, dove le escursioni termiche rallentano la maturazione e le uve non vengono raccolte prima di ottobre. Questo spiega perché il Greco di Tufo è uno dei pochi bianchi del Sud italiano con una reale capacità di invecchiamento.

Più corpo che aroma: un bianco che non si capisce subito

Il Greco di Tufo non è un vino immediato. Rispetto alla Falanghina o al Fiano, è il più assertivo dei tre grandi bianchi irpini: il profilo aromatico è meno esplosivo, ma il palato è più pieno, con un'acidità decisa e una sapidità che spinge la beva. Da giovane esprime pesca bianca, mandorla e agrumi. La componente minerale più caratteristica, però, arriva col tempo: il comune di Tufo era sede di miniere di zolfo attive fino al Novecento, e quella presenza geologica ha lasciato tracce nel suolo. La nota di pietra focaia che si percepisce nei Greco di Tufo di qualche anno è un riflesso diretto di quel terroir — quasi sulfurea, per certi versi parente dei grandi Chablis maturi su suoli kimmeridgiani. Con tre o cinque anni di bottiglia emergono anche sentori affumicati e terziari che nei vini giovani non esistono ancora: è per questo che le bottiglie migliori meritano di aspettare.

Quanto invecchia il Greco di Tufo DOCG?

Il Greco di Tufo DOCG raggiunge la sua espressione migliore tra i 3 e i 6 anni dalla vendemmia in acciaio, e tra i 5 e i 10 anni nelle versioni in legno. Da giovane è fresco e fruttato; con il tempo emergono note di pietra focaia e sentori affumicati che nei bianchi del Sud sono rarissimi. Questo rende il Greco di Tufo uno dei pochi bianchi italiani che vale la pena acquistare per far riposare in cantina, non solo per stappare nell'immediato.

Acciaio, legno, spumante: come orientarsi tra stili e prezzi

La versione in acciaio — la più diffusa, tra i 12 e i 22 euro — è fresca e diretta: è quella giusta per il pesce bianco alla griglia, i crostacei, gli spaghetti alle vongole e la frittura mista partenopea. Con qualche anno di affinamento in bottiglia regge anche piatti più strutturati. Le versioni con passaggio in legno — barrique o botti grandi, tra i 25 e i 45 euro — aggiungono rotondità e complessità: tengono bene il baccalà alla napoletana, i formaggi a pasta semidura e le carni bianche in umido. Tra i produttori di riferimento: Feudi di San Gregorio con il Cutizzi (vigneto singolo nel comune di Tufo), Mastroberardino con il Nova Serra, Benito Ferrara con il Vigna Cicogna, e Cantine di Marzo, piccola realtà di Tufo tra le più precise della denominazione. Vale anche la pena esplorare il Greco di Tufo Spumante, prodotto solo in metodo classico con un minimo di 18 mesi sui lieviti: meno noto, ma tra i bianchi frizzanti campani più interessanti per aperitivi e crudi di mare. Per chi vuole esplorare l'Irpinia bianca nella sua forma più fine, il Fiano di Avellino è il complemento naturale: più floreale e sottile, nasce dagli stessi colli con un carattere completamente diverso.

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